Proprio nel cuore della fitta rete di stradine acciottolate che compongono il bellissimo e vivace quartiere di Trastevere, Piazza di Santa Maria in Trastevere è probabilmente la piazza più bella di Roma. I gradini della maestosa fontana di Carlo Fontana, al centro della piazza, costituiscono uno dei punti di incontro più longevi della città, mentre l’imponente mole della chiesa che dà il nome alla piazza domina l’ambiente circostante.
Sebbene le origini esatte di Santa Maria in Trastevere si perdano nel tempo, una tradizione sostiene che un luogo di culto cristiano in quel luogo sia stato il primo a ospitare messe apertamente a Roma già nel III secolo. Secondo un’altra, una sorgente miracolosa di olio d’oliva sgorgò sul sito al momento della nascita di Cristo. La magnifica basilica che vediamo oggi risale al XII secolo e deve la sua forma attuale alla amara conclusione di una delle grandi crisi della chiesa medievale, quando Gregorio Papareschi sconfisse il suo rivale per il papato Pietro Pierleoni e iniziò a ricostruire la chiesa titolare di quest’ultimo a propria immagine.
San Francesco a Ripa deve il suo nome a una presunta visita che San Francesco stesso fece qui nel 1219. La sua austera cella conserva ancora la pietra che usò al posto del cuscino e il crocifisso a cui pregava. L’interno è in gran parte barocco seicentesco e il pezzo forte è senza dubbio l’ultimo capolavoro di Gianlorenzo Bernini, situato nell’ultima cappella sul lato sinistro della navata. L’anziano maestro aveva più di 70 anni quando scolpì questo straordinario omaggio alla pia donna del posto Ludovica Albertoni, che dedicò la sua vita ad aiutare i poveri del quartiere.
La resa sensuale di Bernini richiama la sua precedente raffigurazione dell’Estasi di Santa Teresa dall’altra parte della città; qui la beata Ludovica è colta nei suoi spasimi apparentemente estatici, un enigmatico sospiro le sfugge dalle labbra mentre si stringe il seno, gli occhi rivolti verso l’alto, gli abiti un vorticoso e tumultuoso fluire di tessuto e pieghe mossi dal misterioso potere di una forza invisibile. Il virtuosismo dell’intaglio, la sicurezza della composizione, della linea e della forma rendono chiaro che questo non è un punto fermo definitivo e vacillante al crepuscolo di una brillante carriera.
Roma è un immenso palinsesto, i cui edifici sono intricati strati di storia che si sono accumulati l’uno sull’altro nel corso dei secoli. In nessun luogo ciò è più evidente che nella magnifica chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, costruita, secondo la tradizione, sul luogo in cui la pia santa fu martirizzata per la sua fede; si accede attraverso un affascinante atrio alberato, dove un imponente cantaro antico (recipiente per bere) si erge al centro di una fontana gorgogliante. All’interno, un interno rococò ampiamente restaurato conduce a un baldacchino gotico che si innalza verso il soffitto, un capolavoro dell’arte medievale del celebre scultore Arnolfo di Cambio. Nell’abside retrostante, un mosaico bizantino di 1.200 anni fa risplende con immagini di Cristo e vari santi, palme da dattero, fenici e agnelli, a testimonianza di una tradizione artistica ancora più antica nella chiesa.
La Villa della Farnesina alla Lungara, nel cuore del Rione Trastevere, è una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano.
Fu costruita come residenza del ricco banchiere di origine senese Agostino Chigi, nel periodo più splendido della sua vita, lontano dagli affanni e dalla cupa dimora cittadina in via dei Banchi, su progetto di Baldassarre Peruzzi, tra il 1505 e il 1520.
La residenza fu affrescata secondo un programma di straordinaria ricchezza dai più grandi artisti del periodo, tra cui lo stesso Peruzzi, Sebastiano del Piombo, il Sodoma e Raffaello Sanzio che con la sua scuola realizzò la splendida Loggia di Amore e Psiche e l’affresco della ninfa Galatea.
La realizzazione del Fontanone dell’Acqua Paola (Fontanone del Gianicolo) risale al periodo tra il 1610 e il 1614 grazie agli architetti Giovanni Fontana (1540-1614), Flaminio Ponzio (1560-1613) e allo scultore Ippolito Buzio (1562-1634) come mostra terminale dell’Acquedotto Traiano-Paolo, per volere di papa Paolo V Borghese (1605-1621), i cui emblemi (drago e aquila) ricorrono in più punti sul monumento. Nota come “Fontanone del Gianicolo”, la fontana domina la grande terrazza che si affaccia sulla città.
La fontana è costituita da cinque grandi arcate fiancheggiate da colonne e un ampio attico con l’iscrizione dedicatoria. Per la parte decorativa furono utilizzati marmi di spoglio bianchi e policromi, provenienti dal Foro Romano e dal Tempio di Minerva al Foro di Nerva, mentre le colonne, in granito rosso e grigio, appartenevano all’antica basilica costantiniana di San Pietro.
Alla fine del ‘600 l’architetto Carlo Fontana (1638-1714) ne modificò il prospetto, conferendo alla fontana la sua forma attuale: un monumentale bacino marmoreo fu aggiunto in sostituzione delle cinque vasche di raccolta, originariamente inserite tra gli intercolumni degli archi.
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